A come Africa / A come Adozione

Testimonianza di un papà durante un viaggio del cuore in Congo Brazzaville

Terzo mondo come apoteosi della precarietà. E dalla precarietà nasce comunque anche il significato di famiglia. Un figlio che nasca dalla precarietà di un incontro di cellule e geni, o dalla precarietà di un abbinamento adottivo, ovvero due sfaccettature che approderanno allo stesso prodotto, quello del consolidamento della famiglia.

 In Congo, tutto diviene precarietà, come un destino ineluttabile, finanche il tempo che scorre lento ed inesorabile. Strade d’asfalti fantasma, intrecci di fatiscenti taxi, canali di deflusso che spaccano i marciapiedi, botteghe per alimenti che furon, scuole e cattedre a cielo aperto, cibi di origine non controllata,diritti di coda scavalcati dai più remunerativi o prepotenti, ed attese perenni, come colonie da salvare dai propri stessi carnefici indigeni. Unica certezza consolidata, il super eroe nazionale, che afferma il suo potere, nonostante le perpetue macerie.

Io vengo dal Congo, e problemi non mi pongo. Un proverbio da coniare, nel quotidiano affluire delle acque del fiume, ove l’immergersi esenta dal traffico dei pensieri, nella precarietà come stile di vita: farsi trasportare dai vapori del fluttuare fluviale, per giorni interi, negando forse la maggior praticità dello spostamento stradale, perché possa trionfare alla fine, la compassata ineluttabilità dell’orologio rallentato e precario.

Il mondo circostante appare vicino, ma mai così distante e distaccato, e la cappa di fumo che aleggia in città, sembra difatti decuplicare le distanze dell’hinterland. Lo smog urbano trattiene il respiro alle arie nuove, ed include e condensa anche la storia d’un popolo, invaso dalle mire straniere, prima di aver conservato al meglio, l’identità delle sue tradizioni. Ma la precarietà storica, non riesce comunque a celare definitivamente, quelle matrici che aleggiano tra lo smog della civiltà imposta.

Il mix di etnie e culture, invaso e circuìto un tempo, dalle sirene aliene di civiltà aggregatrici, non è definitivamente scomparso: si respira ben oltre il fumo degli scarichi continui, e volteggia in quell’aria contaminata e precaria. Dazi o compromessi imposti, che non hanno leso definitivamente, l’arbitrarietà delle proprie radici, come un albero innestato e trapiantato, che comunque assapori ancora il gusto della propria madre terra.

E così, come un figlio d’adozione, bisognoso di andare oltre la sua precarietà d’affetti e d’amore, per poi ritrovarsi comunque nel sostegno delle proprie radici. Adozione perché una famiglia possa ricomporre il suo giusto cammino esistenziale, perché la famiglia in una nuova identità, possa comunque ritrovare la propria, d’identità.