La nostra prima esperienza di adozione

Adottare un bambino per adottare un Paese….e per addizionare storie affettive e culturali.
La nostra avventura nel mondo delle adozioni è cominciata verso la fine del 2001.
Molte volte avevamo discusso con amici e colleghi di lavoro di adozioni a distanza e tutti sostenevano che era bello sapere di poter essere utili, in modo concreto, a persone e soprattutto a bambini, che non avevano avuto la fortuna di nascere in Paesi dove il problema della povertà è sulla via della soluzione.

Inizialmente eravamo diffidenti, tant’è che tra noi ne parlavano, ma sempre con distacco, poiché eravamo convinti che i soldi inviati si perdessero per strada e che a destinazione ne arrivassero ben pochi. Comunque, in seguito, decidemmo di provare anche noi questo tipo di esperienza, anche perché, essendo senza figli naturali, almeno avremmo potuto avere l’impressione di essere genitori di un bambino o bambina a distanza. Ci rivolgemmo al nostro parroco, il quale dopo pochi giorni ci fece sapere di aver comunicato il nominativo di mia moglie ad una associazione.

Agli inizi del 2002 ci arrivò una busta dell’Associazione “Operatori cattolici per il Perù” e dentro trovammo una lettera di ringraziamento e di benvenuto, insieme alla scheda di una bellissima bambina di appena 7 anni (oggi quella bambina è una donna che aiuta lo stesso centro che le ha dato un tetto). Nella lettera erano spiegate le finalità dell’associazione, il suo impegno sul territorio peruviano ed una parte di essa riguardava la bambina. Da allora abbiamo preso sul serio la cosa, anche perché sapevamo di poter dare veramente una mano ad una bambina ed ad altri come lei, che vivevano in condizioni non proprio dignitose.

Il primo contatto con il mondo di bambini in difficoltà ci ha dato una grande forza, un’energia tale che ci ha portato a valutare anche l’idea di passare ad un’adozione reale. Così decidemmo di iniziare ad informarci in merito.

Abbiamo rivolto le prime domande ad assistenti sociali della nostra A.S.L. di appartenenza e a persone che avevano vissuto tale esperienza. Le loro risposte, unite alla nostra sempre crescente determinazione, ci hanno indotto a presentare regolare domanda al Tribunale per i Minori della nostra provincia. Sin da subito la fermezza interiore ci ha dato la forza di “lottare” e “sopportare” le beghe della burocrazia, sempre farraginosa, ed a volte anche inutile. Troppi sono gli aspetti che vengono lasciati alla libera interpretazione dei funzionari. Più volte abbiamo sospettato che la lungaggine burocratica servisse solo ed esclusivamente a verificare l’effettiva volontà della coppia ad adottare un bambino.

Dopo alcuni mesi, ci è stato consegnato il decreto di idoneità del Tribunale dei Minori, ovvero avevamo ricevuto la “Patente di Genitori”. Avendo inoltrato la domanda per un’adozione nazionale (?), non ci restava che decidere anche per quella internazionale. La prima cosa che abbiamo fatto è stata quella di scegliere il Paese in cui inoltrare la richiesta, e qui la decisione è stata veloce, unanime e sicura: un qualsiasi Paese del Sudamerica.

Scorrendo l’elenco degli Enti accreditati presso il Governo italiano per le adozioni internazionali, abbiamo felicemente scoperto che ce n’era uno proprio nella nostra regione, a Potenza, presso la Parrocchia di Sant’Anna e Gioacchino, il Gruppo di Volontariato “Solidarietà”, a cui ci siamo immediatamente rivolti. In maniera molto gentile gli operatori ci hanno convocato un pomeriggio, insieme ad altre coppie nella stessa nostra situazione. Alda, Luciano, Nicola (ci manca tanto!) ed altri volontari del gruppo ci hanno edotto, in maniera chiara e precisa, su tutte le procedure, i costi, i pro ed i contro riferiti ad ogni singolo Paese in cui l’Ente era operativo. Le possibili scelte sicure riguardavano la Romania, l’Ucraina, la Polonia e il Perù.

Mentre altre coppie si sono riservate un periodo di riflessione, noi, scegliendo il Perù, abbiamo consegnato quello stesso giorno la nostra delega, e così è iniziata la seconda e decisiva fase che ci avrebbe portato alla gioia finale. Con orgoglio ci fregiamo di essere stata la seconda coppia del G.V.S. che ha adottato in Perù, infatti, siamo stati una sorta di apripista; negli anni successivi, le coppie che hanno scelto la stessa direzione sono aumentate in maniera esponenziale.

Nel più breve tempo possibile abbiamo preparato tutti i documenti utili.

Come accade per tutte le cose di cui si desidera al più presto un esito, l’attesa nei mesi successivi è stata estenuante, soprattutto perché le notizie che arrivavano dal Perù erano negative, infatti, si parlava di rivolte popolari e del Presidente costretto a fuggire all’estero a causa della sua condotta non proprio esemplare. La normale vita politica peruviana stava insomma subendo dei forti rallentamenti, come pure la nostra pratica di adozione. I mesi di attesa sono diventati ben tre anni e mezzo. Quando ormai eravamo prossimi ad abbandonare l’idea della adozione, un pomeriggio abbiamo ricevuto la telefonata di Alda la quale ci comunicava che entro una settimana saremmo dovuti essere a Lima per andare a prendere il bambino che ci era stato assegnato: Paolo di 15 mesi.

Al momento non abbiamo veramente realizzato la notizia. La prima sensazione è stata di blocco psicologico totale. Io e mia moglie ci siamo solo guardati negli occhi e dalla bocca mi sono uscite le prime parole: “Dove sono i passaporti?”. Nei minuti seguenti la mente ha cominciato a lavorare in maniera più limpida, razionale, e così abbiamo dovuto affrontare quell’altra emozione che parte dal cuore, ti annoda lo stomaco e ti fa tornare bambini: il pianto liberatorio, gioioso, conseguenziale al raggiungimento di un obiettivo atteso per anni, quell’obiettivo che ti completa la vita.

Il giorno 15/06/2004 siamo partiti da Roma via Madrid per Lima: volo praticamente interminabile, sia per la sua naturale durata, sia perché l’ansia era sempre più grande man mano che il Perù si avvicinava. Il giorno dopo ci siamo spostati a Trujillo per andare a conoscere e prendere con noi il bambino. E’ superfluo dire quale è stata l’emozione quando abbiamo potuto toccare con mano quel sogno inseguito e fortemente voluto: avere un bambino tra noi. E’stata dura ma anche i 42 giorni di permanenza in Perù sono passati, e devo dire che, ripensandoci ora, sono stati anche brevi e veloci. Nel momento in cui l’aereo decollò per riportarci in Italia, giurai che sarei ritornato, e così ho fatto alcuni anni dopo, per una seconda adozione, ma anche per poter rivivere quel Paese, per rivedere quelle persone che, pur non avendo vita agiata, ci hanno messo a disposizione la loro casa e tutto quello che avevano. A noi, che eravamo perfetti estranei. Nel popolo peruviano abbiamo riscontrato soprattutto la mancanza di cattiveria e di malafede, disvalori questi che purtroppo da noi sono molto diffusi. Forse è vero che chi ha poco lo divide più facilmente con altri.

Abbiamo altresì riscontrato una forte religiosità insieme a delle bellissime chiese, ancora in stile coloniale spagnolo. Ma anche le case, soprattutto a Trujillo, sono le classiche case coloniali, con il grande portone d’ingresso, con il patio interno e con colonnati e ringhiere in legno. Siamo rimasti veramente impressionati anche da tutto il resto, poiché abbiamo avuto la possibilità di vivere con i peruviani per circa due mesi, durante i quali abbiamo imparato che il Perù non comprende solo il Machu Picchu, gli Incas o le Ande (che tra l’altro non abbiamo visto a causa del cattivo tempo, poiché la nostra estate equivale all’inverno e il cielo è praticamente sempre grigio e coperto), ma anche tante altre civiltà pre-incas, tante altre persone che lavorano come noi, e che, come noi, cercano di creare un futuro per loro e per i loro figli.

Già i figli, e qui ritorniamo al punto da cui siamo partiti: i bambini. In Perù non tutti i ragazzi hanno la possibilità di studiare e crearsi un futuro. Lo Stato centrale non dispone di grandi cifre per poter garantire alle nuove generazioni un’istruzione pubblica conveniente. Durante tutto il soggiorno che si è protratto nei mesi di Giugno e di Luglio, ci ha accompagnato Graciela, una ragazza, che oltre ad essere la referente dell’associazione di Potenza, è un avvocato davvero in gamba. Proprio lei ci ha fornito tutte le indicazioni per poter vivere il Perù nel modo migliore. Ma ci ha dato anche tutte quelle informazioni e spiegazioni sul Perù e sui peruviani, che oggi mi permettono di essere più forte e più cosciente della mia vita. Da lei ho appreso che le famiglie che ci riescono mandano i figli alla scuola privata (si chiamano Collegi), per dar modo loro di poter poi conseguire l’equivalente nostro diploma superiore ed accedere all’Università, e, quindi, diventare un professionista. Diversamente, coloro che non possono permettersi un Collegio, mandano i loro figli alla scuola pubblica, che assicura sì un istruzione, ma è poco considerata, tant’è che difficilmente un ragazzo diplomato alla scuola pubblica accede all’Università, pertanto, nella migliore delle ipotesi è, sin da piccolo, destinato ad essere al massimo un buon operaio. Tutto ciò è possibile poiché il governo centrale non mette a disposizione i fondi necessari per un idoneo cambiamento.

Ma torniamo a Paolo. E’ indescrivibile il momento in cui ti viene messo tra le braccia tuo figlio. Da quel momento tutte le procedure burocratiche peruviane ci sono sembrate un gioco: l’importante era avere con noi Paolo. Abbiamo “sopportato” e “subìto” tutto e non vedevamo l’ora, ogni giorno, di uscire dai vari uffici per poterci godere la vita con il nostro bambino. E’ vero, eravamo fuori casa, lontani dai nostri affetti, dalle nostre abitudini, dalle nostre cose più personali, ma è anche vero che la nostra famiglia stava nascendo e tutto sembrava essere lì con noi.

Era bellissimo fare ogni giorno una nuova scoperta: quale cibo Paolo gradiva di più, quale gioco gli piaceva, qual era il suo carattere. Era un rimettersi in gioco ogni mattina per poi a sera considerare i progressi ottenuti. Ripensandoci ora, sono stati momenti bellissimi e molto intensi, nonostante i non pochi problemi, soprattutto di pratica giornaliera.

Da quel 18 Giugno 2004, giorno che oggi ci sembra così lontano, sono passati solo pochi anni. Anni in cui il nostro bambino è cresciuto da italiano, ma con la consapevolezza di essere di sangue peruviano. A lui non abbiamo taciuto niente del suo passato, in modo che fosse subito consapevole delle sue esperienze di vita precedente.

Paolo oggi è un bellissimo bambino, a cui piace guardare documentari relativi al Perù, la sua terra natìa, e noi genitori siamo naturalmente felici e ben lieti che si interessi alla sua gente. Anche perché noi siamo i primi ad essere orgogliosi di avere avuto la possibilità di vivere con loro. E’ vero, il Perù è un po’ lontano da noi, ma vale la pena viverlo….

Ci siamo trovati così bene in Perù che abbiamo provveduto ad una seconda adozione. Ci è stata assegnata una bambina, ma questa è un’altra storia.

Cicale Nicola e Ferrara Cesarina